19 febbraio 2009
21 ottobre 2008
Eredità
a mio figlio
poichè ho rifatto le unghie
grattando l'alba alle notti.
Tutta una vita.
Etichette: francesca pellegrino, poesia
Questo specchio mi è costato un occhio
le vedi solo allo specchio.
Nel mio c'erano due mani
la destra e la sinistra
vuote e devastate come le mie.
Ed ognuna
il riflesso dell'altra.
Etichette: francesca pellegrino, poesia
Cose da grandi
e gli occhi - si sa -
crescono coi denti aguzzi
della fame.
Poi non la smettono più
di mordere
lacrime.
Etichette: francesca pellegrino, poesia
accad(u)e(o) e l'origine della sete
ed accade ogni volta che
le pozzanghere si riempiono
se si svuotano gli occhi.
E viceversa.
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11 ottobre 2008
L'amore dentro gli asterischi del tuo nome
C'è un treno, quel treno,
lo stesso di sempre
noi, un cappotto e
quattro mani per calmare
sotto
Ché se parli di me
con me
poi ho il fiato a pezzi
e combinazioni indovinate
di dita alle carezze
e altrettanti oceani da venire
per starci dentro. con te. dentro
le notti di arance sbucciate
a succhiare
e l'altra metà della carne
che ti sta in volo. Sul cuore.
*******
28 aprile 2008
l'Enunciato - Ovvero la mia prima Pubblicazione

La coordinatrice della collana promozionale "Donne in poesia" Elisa Davoglio, ha selezionato la mia raccolta "l'Enunciato" e "l'arte del bersaglio" di Lujba Merlina Bortolani.
Le due plaquette promozionali di 16 pagine l'una in formato A6, edite dalla Libraria Padovana Editrice in collaborazione con la Chelsea Editions di New York, verranno inviate a critici, riviste ed editori.
La presentazione verrà effettuata presumibilmente verso la metà del prossimo mese di giugno a Roma.
http://www.literary.it/info/news/donne_in_poesia.html
Etichette: francesca pellegrino, Pellegrino
06 marzo 2007
Un sogno di fiori
per strada
anche se c'è un inverno qui
che mi brucia le ali.
Li vedo farneticare ad ogni angolo
di tutte le primavere che
non ho mai saputo
visto il tuttobuio
dei miei occhi sterili
E disegno centimetri di vuoto
con la punta del mio bastone.
Etichette: francesca pellegrino, poesia, taranto
Se c'è un mese che non torna
mio cinico compendio
di poche ore imbalsamate
pellicole nerenere d’assenza.
Appena freddo
questo silenzio di carne, dentro
le volte che sei zenit
sulle mie radure di sabbia
e dal polistirolo di queste nuvole
nessuna neve, ancora,
a salvarmi il cuore.
Troveremo il modo
di pescare l’imperativo giusto
dalle onde col vento di febbraio in testa
e, lo so, lo stesso cielo
che s’avvilisce, vuoto, d’istanti
si farà ossigeno e valentino
- appena sarà giorno -
sulle nostre labbra.
Etichette: francesca pellegrino, poesia, taranto
Fogli naufraghi su zattere di vino rosso
una piega strana i miei fogli
come di ortogonale
distrazione di gomiti
probabilmente
traccia di una biro sfera media
che inscatola arcobaleni
tridimensionali
su zattere di vino rosso
sogno statico di un volo
sopra nuvole gialle di nicotina
da sentirmi barcollare la voce
in un singhiozzo
di dittonghi balbuzienti
tutto ingoiato
e non ho più avuto il fegato
di fermarmi.
Etichette: francesca pellegrino, poesia, taranto, vino
31 gennaio 2007
Un quasi Degas sulla parete
sulle geografie rattoppate
dei muri
dove un finto degas
sgambettava tulle
sul transito arrabbiato
di un bicchiere
costato le costole ad un sorriso
sulle labbra incrinate e
pieno per quel solo
che bastava
a farne due lacrime di buio
sull’intonaco bianco
.bianco
impronta d’ali ansimate
sulla neve che non scolora
22 gennaio 2007
REWIND di camomilla
e magari un sorriso
sulle rugiade
bevute di fretta sui vetri
cornici di legno ubriache
le mattine di queste mattine
appena due dita di sole
sui profili sbadigliati
assenze spettinate
nei capelli assonnati e
d i o s o l o s a
di ieri e della salsedine
sotto l’unghia
memoria di pelle
e capriole sudate
[rewind di camomilla]
balbettando le ore dei bambini
nei cortili di sabbia
e la voce di mia madre
dietro le caviglie di lepre.
18 gennaio 2007
Sembianze Indisciplinate
C'è che un lanternino
smaglia il buio acido
-anticipando- questa di me ombra
E' pressapoco notte, e fonda,
spessa, sulle spalle ingolfite
inquisite da un sì barlume fioco.
E stare a trafugare alibi
dagli indici sazi
sarebbe come cercare
l’esatta disciplina
di queste onde trascurate
tridimensionali di quel solo
che basta a farmi obesa
probabilmente
cieca fisionomia d’iride
allo specchio
e latitanza d’ossa
11 gennaio 2007
Una tenda e fiori in erba
fiori in erba e odore di cielo
e mi dissi se fosse il caso
concedermi lo sbirciare
il di fuori vivo e vegeto
Magari tenendomi fermi
i gomiti sul petto
e sorseggiandomi a noia
due dita di rhum e tutte le ore
di oggi
Finendo forse
a barcollare l’unghia
su dita di formica
recitando i passi dei gamberi
in quelle ore che nessuno dice
ma mi muoiono appresso
annoiandomi le branchie
proprio a me
che sono solo acqua
sotto quel fumo.
E mi dicevo
semmai ingrate si fossero dimostrate le ombre
che forse
un chissà domani
avrei potuto spolverare le ore di oggi
Io finalmente
argenteria fiera.
08 gennaio 2007
Eufemismo Inverso - La Casa e il Raccoglitore
inchiostro nero seppia
slavato il nome
sul dorso del raccoglitore
grigio d’assenza
negli angoli muti
anelli caduti
bulimia di esili lacrime
l’indelebile impronta degli inverni
al fulmicotone e
freddo freddo freddo bianco
quei fogli a righe storte
per deragliarmi notti
e aurore impolverate
masticando vetri
è solo un archivio solo
solo un archivio
adesso
05 gennaio 2007
Argento Novecentoventicinque
ombre in
controluce di vuoti
a rendere
e forse un caffè
mi risolverebbe il sonno
nelle porcellane
livide di polvere
e memoria di vetro
nelle vene
di queste ore intransitive
tergiversate
a piè di pagina
aspettando l’attimo
senza attrito
venirmi addosso
io e un vassoio
argento novecentoventicinque.
04 gennaio 2007
Mia madre mi voleva ballerina
non promette nulla di buono
e raggirare le clessidre
adesso
sarebbe poco più che
improvvisarmi cancello
di lance arrotate
io e l’inesorabile colpa
di mille nuvole trafitte.
A sinistra
una maglia siede
un dìndolo di sonno
gomitoli di noia e
aria scaduta
scenografia semiseria
queste pareti bianche
e a destra
l’occhio di mia madre
aspetta un volo di tulle
e scarpe per punte
ballerine.
20 dicembre 2006
Eufemismo Inverso - Me e il Pavimento
piastrella di ceramica
ventiperventi
stagionatura a caldo di almeno
una generazione in scatole
condominiali
e transumanza di margherite
povere povere
millenovecentosettantaquattro
suole di cuoio
recidive
Prescindo comunque
i passi singhiozzati in su e giù
ricalcando le geometrie arrabbiate
della voce e
l’insolente tramestio
delle sedie
e le volte
che notti di polemiche lampadine
precipitavano
in gravità metalliche
e cocci rotti
forever
e non ricordo
che nessuno avesse predetto
destino più inesorabile
troppo facile morire così
troppo.
Le fughe rotte non rimarginano
18 dicembre 2006
ninnanannami
a malapena buio d’iride, vedo
vedo tracce di persiane spiare la poco più che ombra,
vedo buio
e basta
- non escludo parentesi aperte
nella stanza –
E tu, tracciami in coordinate sul cuore e
ninnanannami,
fallo adesso spingendo voli di viole stinte
su per le pareti e quadri che non dicono
domani.
E poi, dimmi se li vedi questi fiori imbalsamati
sentinelle sulle tegole assonnate
sogno dispari di petali
e m’ama non m’ama
- un solo sorso d’acqua per favore
(per favore) -
che non hai mai visto sete
e sono sabbia sdraiata e maledetta
ed intorno
solo
sole
sola
.io
17 dicembre 2006
Dicembre incrinato e noi
potremmo ingannarci le ore
bevendoci la fretta fino a notte fonda
intanto che vetrine si mangiano
buio e foglie rosse.
Ipocrisie a parte
potremmo rimproverarci
l’attesa delle mattine, quando l’inverno
vorrebbe soltanto un poco di neve
quanto basta per sbracare sorrisi
sulle lancette e giorni gambe in spalla.
E finalmente un po’ di sole, dopo.
Destini a parte
potremmo farci le carezze delle sorelle
e fare di tutto quel grembo
un unico ombrello
per le uggiose scenografie
come, di adesso, ad esempio
i vetri mezzodicembre
appannati.
12 dicembre 2006
Anima e Anima - Volumetrie Pertinenti
buona di graniglia
vaniglia svestita di tutto punto
stracci di rosa sulle labbra incaute.
Guarda come se ne sta bianca la pelle
come se ne sta ferma
ozio che non muove dito, candela
che non trema luce.
Al centro, la di lui impronta nuda nuda
bello amore di anidridi sulla faccia
e iridi bucate, bello amore
palmi di risacca.
Sospiri e poi sospiri, respiri
che non sanno terraferma di
paradisi inversi tra le dune spigolose
della tramontana.
Guarda come me ne sto bella
bella odorosa madreperla, come
me ne sto amore
corazza di conchiglia.
11 dicembre 2006
Mi hai lasciato l'eco sulle labbra
tra il dire ed il fare delle ore
che vanno e intanto vivo e
ho creduto di vedere di nascosto
il fantasma delle nostre labbra
di stanotte, di sempre, di mai
girare l’ultimo spigolo di strada e
intanto vivo parole che non oso
in questo confinarti sulle note
a margine ora che attendo
pupille per aria sostando
sospiri e intanto
vivo e tu non negarmi
non rinnegarmi anzi
trascendimi e trascendimi ancora
contrasto di iridi e pelle
ora che tutto va come deve
partire baci di dita alla mano
da tutta me dal treno dal mai
trascorrimi ancora ora
e intanto vivo
05 dicembre 2006
Dietro le colline delle zingare
del nulla
se non fosse che ci vive
nella bocca
adesso che levo vele di tende
a nastro
oltre la retorica delle
primavere inaudite
senza più congiuntivi
per sognare la pace
delle foglie. Ci pensavi?
Erano nostre,
eppure eravamo
imperfetti di rimmel
dietro le colline delle zingare
e mai che una perla
fosse al suo posto.
Ci credevi alle dita
che non abbiamo mai saputo?
Io si, ogni giorno
che ho suonato usci
pregando ventagli di porte
ad aprirsi e
finalmente
vento.
29 novembre 2006
Disarmonico scalzo sulle tegole della notte
dei cuscini
stendevo veli
sulle ore in avanzo
e puntualmente finivo
con lo scavare il conforto
dalle tegole
unghia dopo unghia.
Altre volte
sudavo il freddo dei portoni
nelle camicie, eppure
non ero per strada!
Anche se i rumori
erano quelli di un bar
che non chiude la notte
e respira fischi in arrivo
dentro un cappotto scuro.
Quante dita ho visto
salutare un addio!
ma nessuna voce
chiamava il mio nome
Il rumore era quello
del metallo sul metallo
dente su dente, si
era l’avorio forse che tossiva.
non io, no.
Io tacevo castelli metropolitani
semmai
sotto gli architrave
che non entravo
e tutto il bene che mi dicevo
era solo per sparire.
Era solo per bugia.
28 novembre 2006
Coincidenze da perdere al volo
questi baveri bianchi
di circostanza, deragliati
sul finire della corsa
e pensare che un solo millimetro
ne avrebbe fermato la fuga.
Ma non sarò di certo io
a restare lì a guardare
le orme seminate, dietro
lacrimando stupidi rimpianti
briciole mai colte
ché persino l’orizzonte
è lontano adesso
come quei minuti che
si fermano sulle lancette
della domenica.
Eppure una campana
rintocca le ore
le ore, le ore
Da qualche parte
qualcuno brucia sigari e vite
Altri forse sbadigliano
e magari fosse per la noia
E fuorionda io,
dietro tutto questo andare
che ostinavo la fretta delle madri
sui talloni
e achille banalmente
era tutta un’altra storia.
21 novembre 2006
Ombre Cinesi
tentoni di buio
negli occhi
su per le pareti di
ore da ergastolani
in prima fila
terrazze d’aria e sole
l’ultimo dopo le cinque.
O anche
trascurare le rettilinee
inclinazioni delle meridiane
cornici reclinate
inventando architetture
di ombre sui muri
in quei quarti che andiamo
senza mai ieri
ad assomigliarci
ché quand’anche
fosse stata notte
non sarebbero stati altri
i contorni di questi
profili annusati
nel diletto di sapersi
respirando anidridi e
ciprie da colletti bianchi
e so solo che
in tutto questo procedere di
labbra su labbra
era la fame del pane
la sola a saziarci.
14 novembre 2006
Polaroid diciassette
c’è che un solequarantawatt
se ne sta incollato ai
silenzi pretestuosi delle quindici
masticando code e
cavallerie rusticane.
Lei
in contropiano
fascia imperativi con della garza
appena sopra il buio rotto
delle labbra e
girovaga trapezi con le dita
prescindendo lui
in un cappotto
ghiaccio e fumo di sigarette
ghiaccio e fumo
soltanto.
Più in là c’è chi corrompe
aquiloni con del vento nuovo
di zecca
e un branco, fuoripiano
rumina fuliggine
dietro muri di lenti scure
sudando camicie e monumenti
di braccia sul petto.
C’è che se stanno tutti fermi
dietro l’obiettivo
quando stringo il diaframma e
polaroid diciassette.
09 novembre 2006
BUGIA
ed era di flanella il sonno
e se non fosse per l’arroganza dei metri
con la fretta nelle caviglie, verrei
a farti il caldo nelle mani
castagne ad ottobre.
Sapessi com’è sbiadito il furore dagli occhi
forse per via della tramontana
che ci è passata in mezzo, ma non temere
il freddo era solo all’inizio, ora sembra
quasi pace. Quasi
pace.
Ed intanto che non mi sai
vorrei tanto giocassimo assieme
a recitare le foglie, tu con le tue
ed io me le invento
sulle palpebre scese.
O anche provare a inseguirci
dita di maglie nel vento, tane su un muro,
le vite che voglio
con te.
Intanto che non ci sono
tu non aspettarmi così, coi gomiti
sugli stipiti ruvidi delle attese
ché non tornano. Ed io non torno,
ma non te lo sto neanche a dire
che il cielo non può attendermi
e che questo è un paradiso muto
senza la tua voce.
Arrivo presto
come posso
come questa
…
07 novembre 2006
Avrai rose da davanzale, rosse tutti le mattine che sei
che vado e non so come
e dopo tutto quel dove
ho il petto che non vuol
sentire ragioni per questi respiri
che vestono cuoio e imprecano calci
sulle imposte dell’inverno
battendo i denti nel buiofreddo
ché solo la neve ne sa qualcosa.
Dannati passi, dovendo scegliere
una volta per tutte, di invertire rotte
secoli prima di tutto questo divenire
e recidere il sonno sotto pile di favole
e principi, se mangi la mela più
rossa, finisce che l’amore ti bacia
e avrai rose da davanzale, rosse tutte
le mattine che sei, invece di lasciare
macerare lancette ed aceto, domani
come domani che non è un altro giorno.
Ma un giorno
semplicemente.
26 ottobre 2006
Sono Aradollo, il mondo
Che volete che dica, io
che difficilmente immergo la testa
sotto dune e dune di sabbia
almeno per quanto poco
ami impicciare le mani
dentro affari diversi, eppure
sembra non esserci posto diverso
al mondo
da questo mio ventre di balena e
candele che tentano capriole
sulla sete dei deserti e
finisce sempre in fumo
il fiato di chi disegna arcobaleni
sul ghiaccio
e poi piange mille code di coccodrillo
ed io rido!
Cos’altro dovrei fare, poi
se sono terra e
sono grembo e
sono aria e
sono acqua e
sono sete e
sono veleno di mela sull’albero.
Che volete che dica, io
che non ho mai taciuto le mani
dietro cattedrali di ore al mercurio
sui polsi slogati, io
Aradollo
deserto e fiera
di tutto il mondo.
Sviando solitudini sdentate sui comodini accesi
cercano un contegno
dietro le quinte di nuvole e
nuvole
ed è acqua questo cielo
che suda sipari di velluto.
E noi, senza volto
per i polpastrelli
e altalene di respiri
le schiene risalite
a due, noi due
crudo d’anima e pelle
a mille passi dal cielo
ed è solo una fortuna
che siano metri
gli anni luce di solitudini
sdentate sui comodini accesi.
Ché
se così fosse
fosse anche soltanto per
un difetto di labbra
farei di indici e medi
il mio treno e
raggiungerti,
dormendoti a compasso
sul sonno.
19 ottobre 2006
Un mendicante col palmo sbagliato
in che palmi puoi inciampare
nelle piazze accese
che piovono buio a ore
e la notte ha dita aperte
sulla sete delle fontane
perché c’è chi benda la luce
con bugie da - dodici figli
apostolano dietro le mandate
di ferro e arrugginiscono di respiri
per un centesimo -
mendicando destini impossibili
dietro le nuvole di qualcun altro!
Ma
non hanno figli e
non sono dodici e
non vedono nuvole perché
non sanno che l’oro è solo paglia secca
sotto il cielo d’agosto
e che sono loro il fuoco.
14 ottobre 2006
Una noia mortale
che vanno balbettando così
i tramonti di fine stagione
nelle stanze
muri di cartone da respirare
ore alterne ed echi
smerigliati sulle ipotenuse aperte
degli angoli
Ché se solo ci fosse un respiro
soffocherebbero tutti
questi spifferi squattrinati
da due lire per un bacio e
sempre asciutte le parole
bisbigliano di quando il buio
era luce nelle mattine di corsa
e matite appuntite che si fanno
cielo e casa
sui fogli ruvidi e bianchi
Ché
se solo ci fossero dita
ricalcherebbero profili
e longitudini
di questo vento sciroccato
senza nocche e campane
alla porta
da un vita.
09 ottobre 2006
Fiori che non se ne può più
ipocrita formalità, questi fiori
sui davanzali sospettosi dei marmi
nostalgie a rendere e in
nome di dio
lavateli da quell’odore
di incenso scaduto
sui petali che non sanno che piangere
e recitano
il silenzio di un grido
che soffoca
dentro
E pensare che
non più di un’ora fa
erano un giardino di spose
da scartare
in ginocchio sui velluti
e tappeti rossi
di petali intatti
che non recidevano labbra
E solo fino a ieri
- credetemi -
li ho visti mangiarsi le foglie
di un autunno sui balconi
sorridendo gerani
come i bambini di dicembre e
mandorle sui tavoli.
Fiori,
fiori che non se ne può più
ipocrisie che pago
col peso dell’oro
nel cuore.
Fiori,
che non è vita
questa vita
fuori.
06 ottobre 2006
Un "se" queste nuvole dovessero sciogliersi
di quei “se” che ti fermi sui bordi
che cammini e ritornano memorie
di aquiloni
nelle dita prensili.
Di quei “se “
che hanno il vento di marzo
in testa e ti trovano
ombrello di respiri bucati
“se” queste nuvole
dovessero sciogliersi
all’improvviso, mille e più
assenze nella sete di sale
sugli occhi
quell’attenderti di
- povere stelle -
Per quei “se”
- dovendo ancora
di niente
vivere –
(Se
e solo se
questo cielo
dovesse scolorire
un giorno)
berrei d’un sorso
tutti i veleni del mondo
in polvere di amnesie
perenni
per dormire
mille vite
ancora
04 ottobre 2006
Io, te e tutto questo paradiso
dentro stanze
muri poco nuovi
e odori di vita
usata
sulle sedie barcollanti.
Il divano non è
davvero niente di speciale,
stoffa traslucida, azzurro elettrico
legno di mille calendari
nelle gambe senza ginocchia
e ancora mi chiedo come
potesse sostenere
un mondo intero
dentro
i misteri irrisolti
di nuvole che vedo sostare
reclinate, recitando sinagoghe
di sospiri
noi
pergolati di dita alle mani
e mai ultimo
l’ennesimo respiro
mai
p r e s c i n d i b i l i
io, te
e tutto questo
paradiso.
Troppe noci per questo tavolo tarlato
nei giardini di cartapesta, troppe noci
su questo tavolo tarlato
Dovrei tirare a lucido le labbra
- cromatina e sorrisi -
per questo pubblico pagante
applaudiranno
e chiederanno il bis dopo l’amaro
e ci sarà da morire dal ridere o forse
ci sarà da morire e basta perchè
verrà a mancare persino l’aria viziata
delle notti troppo sorde di fumo.
Si, ci sono troppe noci
su questo tavolo tarlato.
21 settembre 2006
Non si direbbe ma piove anche sotto gli ombrelli
respirando lune intere di zolfo
sotto i marciapiedi e
il fracasso delle cattedrali
le notti che non dorme nessuno
Dovevo fermarmi
un minuto prima di ieri,
prima che venissero
a piovere i mille congiuntivi a dirotto
di questo cielo intubato
Prima di lasciarmi corrompere
con quattro nuvole lasciate a
scongelare appena sotto il sole
(e dire che non fa neanche
caldo oggi, sotto la pelle)
Era niente
tutto questo deglutire con le ginocchia
a carponi
tutti sassi che cammino.
19 settembre 2006
Un colpo che non era a salve
le declinazioni del vento
e le ore sono ergastolani
agli arresti domiciliari .
Il cielo è una zebra che semina
vizi e noia con la zampa destra
e annoderei lenzuola in fila
per tentare la fuga da questi sorrisi
parzialmente scremati, se non fosse
per le sbarre così strette.
Non rumino più ruggine di porte
aperte.
Resto, cos’altro posso fare, poi?
Aspettare, qui
è una corsa morta
sulla linea di partenza
e il colpo non era a salve.
15 settembre 2006
non ho più maiuscole per il dio di questo cielo
l'idea di disertare una volta per tutte
il palcoscenico muto
delle ombre stampate sui muri
e davvero
non ho più maiuscole per il dio di questo cielo
che traspira neve sui fiori in letargo
che gratta la fortuna con le unghie
in questo silenzio doppio strato
di un sole sempre troppo basso
e c'è qualcuno - non so chi però -
che arma la terra di filo spinato
e mangia ortiche ingoiando anidridi
e finisce col dormire spilli
in ergastolo
dentro un frigo spento
a marcire d'assenza nel tallone d'achille
a funambolare lancette al quarzo
sotto la luna piena di vuoto
semplicemente pregando
che non faccia più
giorno
domani.
14 settembre 2006
Di certe madonne
che ridono se c’è da piangere
e piangono se vogliono ridere, poi
E lo fanno a mezzelabbra
per mezzisorrisi
come fanno le gioconde
dietro cornici di ottone
improvvissando leve di smalto
sulle unghie a balconcino.
E il giorno dopo di una notte mannara
le ho viste nascondere
coccodrilli in lacrime
in mezzo alle gambe
aperte.
13 settembre 2006
non ha più maiuscole il dio di questo cielo
che continua a eiaculare neve
sui fiori in letargo e insufficienza di unghie
a grattare la fortuna di questo silenzio
doppio strato. e inizio a prendere
in seria considerazione l'idea di
disertare una volta per tutte
il palcoscenico muto delle ombre
stampate sui muri quando il sole è basso
e si vorrebbe armare la terra di filo spinato
e mangiare ortiche a colazione e dormire spilli
in ergastolo e ingoiare anidridi e aspettare
tre giorni dentro un frigo spento e marcire
d'assenza nel tallone d'achille e funambolare
lancette al quarzo sotto la luna piena di
vuoto aspettando semplicemente che non
faccia giorno.
domani.
11 settembre 2006
Tratteggio di una visita medica
sono bianche_bianche, sempre
come la faccia di certe mattine
dopo una notte bevuta nei palmi delle mani
e l’acqua è ruggine per il fegato
E poi quelle lettighe della serie: “si sdrai e dica trentatre
sono gli anni di cristo e forse io sto morendo e, cortesemente,
favorisca il suo codice fiscale”
Pretende di sentirmi battito
scandagliandomi il petto
con uno stetoscopio datato
millenovecentosessantacinque
regalo di laurea dallo zio di molto molto
lontano e chissà se, in battere e levare,
gli arriva il nome mio
in fondo, sto morendo io
forse.
08 settembre 2006
Tratteggio di una notte puttana
questa alba da mille e un’insonnia e
mi verrebbe di corrergli dietro
a quattro zampe come i cani
che inseguono per la coda il vento
ed è notte dietro i sipari.
Intanto ad un incrocio qualsiasi
Gnuma ride ma non lo sa neanche
ha gambe storte, troppo magra
per reggersi in piedi e poi a quest’ora
dormire sarebbe un miracolo
e i miracoli non hanno la pelle scura
e penso: Chissà quante Gnuma
si nascondono dietro i vetri delle macchine
e non le vedo.
Quasi, quasi me ne torno nella tana
a fare il verso a questa luna di traverso
Chissà se adesso Gnuma ride.
O dorme.
07 settembre 2006
Un paio di scarpe rosse
un cappello di quelli frangisole
che tratteggiano ombre assurde sulla faccia
e un vestito di organza – leggero_leggero -
un paio di scarpe rosse in tinta col foulard
o magari, in via del tutto eccezionale, verdi
per somigliare meglio a quei due cuori
finiti in una capanna in mezzo ad un'isola
in mezzo all’oceano, in mezzo al nulla del nulla
e davvero, mi capita di vedermi tutta agghindata
luccicante. Splendida! Poi, quando incrocio
uno specchio, la vedo sul petto. Imperativa!
E’ una croce storta, anche se mi hanno detto che
si tratta di una “X”, roba da incognite, insomma,
figlia di Algebra, che non doveva essere proprio
una brava donna, per quanto ho capito.
Ma io, sapete, non ci ho mai creduto.
Per me resta una croce.
Storta, è vero
ma pur sempre una croce.
05 settembre 2006
Polaroid millenovecentosettantotto
e mia madre li risaliva per una conserva di pomodoro
su uno sgabello
io, per conto mio
avevo le gambe pressoché
alte uguali.
Ricordo
uno scamiciato leggero sopra un estate di dune di sabbia
una casa al mare e mobili che avevano una cerniera.
e la bocca dentro coppe piene_piene di fragole e limone.
Quello stesso anno seppellii una rondine
che aveva smesso le ali - forse - per troppo vento
sotto un palo della luce
ma non ne feci
parola con nessuno
Era una estate con la coda al vento
e millenovecentosettantotto.
Una bambina finita nonsodove
ed io arrampicavo respiri
nel tentativo di abbozzare
un paio di nuvole
una casetta di quelle in montagna
colline appuntite e il sole
e se ho abbastanza colori anche un
arcobaleno e mani nelle mani
io e mio fratello verso casa
grembiuli nel vento
che aveva il colletto bianco e un fiocco.
E vennero a mancare le ceramiche
sotto i miei plantari alzati
e le cattedre presero a tremare
forse perché era freddo
o forse ero io che tremavo e tremavo
e tremavo e si accesero steppe di silenzi intorno
tanto che l’intonaco crepava
da tutte le parti e mi portarono via
dove sono adesso
da allora.
01 settembre 2006
Tratteggio di un impiegato
sul sughero
così come vuole il capo
che è di là e sbraita per il lavoro che deve finire per
ieri e
ancora siamo senza canotto in alto mare
e ho visto Settembre
in una camicia a maniche lunghe
il sale nei capelli
e la sabbia nelle scarpe chiuse.
Forse piangeva sulle guance abbronzate.
Si è seduto e con estrema calma
mi ha detto: adesso dovrò aspettare giorni e giorni
se tutto va bene – trecento – Tu, intanto,
senti a me, non ci pensare neanche al
tempo che fa fuori
se piove
o se la nebbia riduce la visibilità in autostrada
ascoltami, o impazzirai – spegni anche la radio.
Apnea!
…
apnea …. apnea
Non ho risposto una parola
solo, ho deglutito il sudore freddo
delle ginocchia flesse
e ho spento la radio.
31 agosto 2006
Tratteggio di una cameriera
forse per via di quel naso
o di quegli occhi spesso bassi
a cercare chissà cosa sul pavimento.
Aveva un grembiulino, bianco
(sarebbe apparso strano il contrario
perché portava isole di vassoi
per i tavoli al bar del gobbo)
e il suo nome lo pronunciavano tutti
- Adriana … Adriana … Adriana … -
ma lei, lei non me l’aveva mai detto.
Me lo disse, poi
una volta che chiesi del rum
e le lasciai una rosa sul vassoio
ma non ricordo che colore fosse
ma i suoi occhi si,
quelli me li ricordo.
rideva tanto che sembravano bagnate
le ciglia.
e il naso, quasi quasi
non era più tanto strano, poi.
28 agosto 2006
Una fine più folle di un principio
dopo quell’ultimo, esasperato, grido
nel centro esatto della notte: pensate
che cenerentola non aveva perso
ancora la scarpetta
Erano in cento
compreso i cani e la zingara
che predisse – cadranno
giù le torri e non saranno
di babele le lingue –
Penso che a quest’ora
abbiano già risalito il vento
per la rotta di un capello sciolto
e di sicuro i loro figli
avranno fatto testamento
Gli angeli eredi, stavolta,
ci penseranno bene
prima di piantare meli e biscie
e - chissa! - forse, l’eden
si chiamerà mondo.
Forse.
26 agosto 2006
Tratteggio di un incanto alla deriva
inciamperò sui puntini di sospensione
che lasci al passo
e ci sarà da ridere
su quella caviglia piegata.
Basterà ripassare la lingua, sopra
come quando sbucciavo ginocchia
solo che adesso
non avrò più aquiloni a rincorrermi
con l’affanno, appresso.
Forse, si farà vivo qualche gabbiano
e io mi fingerò fiore alla deriva
dei continenti.
Un pezzo di cielo per cinquanta centesimi
in un mese senza il cappotto
e il vento non aveva i denti:
semplicemente bussava con le nocche storte
sulla punta del naso
e poi scappava via
come fanno i bambini ai citofoni
E dato che non piove più
se non per effetto
non riuscendo ormai più a respirare
ho comprato un pezzo di cielo
per cinquanta centesimi
Era su una bancarella
di quelle della roba usata
tra uno scialle piedipull
ed un jeans all’ultimo grido
e chiunque – dico chiunque –
poteva scambiarlo con
un semplice - banalissimo
niente.
Ma non di certo io
che conoscevo quelle nuvole come le mie tasche
vuote.
Da allora
ho un cielo tutto per me.
Pensate, quattro stagioni su quattro
ad un palmo dalla mia testa
io che non ho mai avuto
neanche la naftalina
per sedare i vizi
dell’aria.
E quando la luna cade
in quelle notti che è inverno
e l’ossigeno non regge neanche
un candela
ci dormo sopra.
22 agosto 2006
Tatteggio di un tradimento
sono certo
avrebbero ansimato.
Non c’era nessuno
eppure c’erano orme di
ombre fresche
sui muri bianchi
e anche se non posso giurarlo
l’aria era stata viziata da poco
da sospiri clandestini
col peccato arrogante
tatuato sulla bocca.
Erano due
un uomo, lui
- lo so, io – e lei
la mia donna.
11 agosto 2006
Una telefonata all'una e mezza
l’orologio batte l’una
niente di nuovo
ancora
TIC TAC TIC TAC
l’orologio batte l’una e mezza e
squilla il telefono
DRIN DRIN DRIN
non dovrebbero squillare mai i telefoni
la notte.
E invece
DRIN DRIN DRIN
qualcuno alza la cornetta
shhhhh
(silenzio in casa)
"Pronto? chi parla?"
"Casa bla bla bla? ecco
le sente le sirene?
non hanno ancora smesso di suonare
è stato un brutto impatto
molto brutto.
Devo dirle che
anche se non sente urlare più nessuno
c’è qualcuno che lo ha fatto di certo
non prima di mezz’ora fa.
Rincasava
ed è successo"
BHUM!
"E’ stato uno schianto come pochi.
Lo abbiamo trovato tutto accartocciato.
E sta a vedere che non potrò neanche dormire
stanotte – ahhhh! che vitaccia -
a proposito, è lì
se proprio vuole vederlo.
Lei è la madre, vero?"
(silenzio)
"Ma, mi sta ascoltando?"
TU TU TU TU TU TU.
(The end)
Un banco
lo dice chiaramente
quella palpebra
contratta
che batte – che batte – che batte
E poi, ditemi, le avete viste
PER CASO
le mani?
Inguardabili, CRIBBIO!
neanche un lanternino
riesumerebbe un qualche
avanzo d’unghia.
Pare che se ne vada in giro
sotto i ponti o chissà dove.
A che fare cosa, poi …
Forse, forse a maledire qualcuno
ma si, certo è proprio così!
Altrimenti che senso avrebbe
quella bava
a sinistra della bocca.
AL ROGO! E’ UNA STREGA!
o impicchiamola, magari
così vediamo fino che punto
riesce a tenere incollato il mento
sul petto.
Si accettano scommesse
sono il banco
e non piango.
10 agosto 2006
Un telegiornale
e imperare i verbi sudici contro le persiane
perché pare che dio sia a lavarsi le mani
da qualche parte.
Lo dicevano
prima al telegiornale
poi hanno mandato il méteo
e ho saputo
che il cielo non promette nulla di buono
per i prossimi giorni
che ci sarà solo schiuma
per questo mare di pezza
e che le stelle scadute
le ha sequestrate il ministero della sanità.
Pare che abbiano arrestato un paio di angeli
per questo.
07 agosto 2006
Un poeta alla stazione di Aradollo
ad una sola parola dei poeti
L’ho capito una sera
che ne ho visto uno
alla stazione di Aradollo
aveva le gambe corte e
beveva gli addii dalle pozzanghere
fino ad ubriacarsene
e mentiva quando disse che partiva
e che non tornava
Lo sa persino il vento:
da Aradollo non si scappa.
03 agosto 2006
Un uomo che ha perso l'asfalto
di quelli con i riflettori puntati addosso e
sette camicie da sudare – ma non importa –
perché tutti ti pendono dalle labbra e
aspettano solo una pausa
- la mia pausa – per respirare
Ho provato
a contarli un giorno
che ho perso le dita
dietro un cartone di vino
e inciampavo il fiato nelle caviglie
ma niente da fare
arrivavo a dieci e le vocali
tentavano il suicidio
sulle alzate di marmo
e puntualmente ci riuscivano.
Ed è inutile
- irrimediabilmente inutile -
tentare di ricorrere al corrimano: finirei
col guardare sotto
e guai a guardare sotto.
Un mio amico c’è rimasto secco,
gli porto ancora fiori ogni domenica.
E non crediate che io sia pazzo!
in quel caso indosserei una
camicia bianca doppiogiro
di lacci sul petto
Sono solo uno che ha perso l’asfalto
ed è soltanto un caso
che non sia stato per strada.
02 agosto 2006
A coltivare tulipani
per l’Olanda
a coltivare tulipani
Mi hanno detto che c’è un treno
di quelli che si prendono al volo
come un taxi
e se ti sporchi le mani di carbone
ti regalano il biglietto
vista_fumo_nero_senza_londra
andata e ritorno.
Ci vorranno quattro lune
sempre che tutto vada bene
e nel peggiore dei casi
proseguiremo sui gomiti
filo d’erba dopo filo d’erba
a passo di lombrico.
Arriveremo, vedrai.
01 agosto 2006
Contanimazione: Un senso di colpa
non hai mai fatto altro.
- shhhhh, la gente mormora
e che non si sappia in giro
che hai sangue da vendere tu! –
dicevi così, ricordi?
Battevi il plantare
sulle soglie in ritardo
come puntualmente fanno i treni
e pensare che io non ne
avevo mai presi.
Li ho persi tutti, sempre.
Quelli che perdi, fischiano più forte
e a volte sparano fiori dai finestrini in corsa.
Io ero sempre sotto a raccoglierli.
Si, non preoccuparti,
lo so che è pericoloso
corrervi accanto.
Sto ferma.
E poi, tutto il tempo ad ascoltarti
per perdonarmi. Poi correvo a levar via le lenzuola
per ritrovare le iridi, bucate
così come le avevo lasciate
dentro lo specchio.
Io, sempre figlia
tu, sempre madre
Contanimazione: Un pianto di crisantemi
sui giacinti e l’orto doveva servire solo il
basilico sulle foglie appena appese
di tutti questi novembre da madre per tre
volte
Nei vasi ci sarebbe da piantare l’alloro
ma - ahimè - sono di quelli in metallo
e riflettono il marmo e
chi lo dice che profumano i fiori?
Prendi un crisantemo, ad esempio:
finisce con lo spetalare ovunque
anche sui silenzi morti
e uno-due-tre-giorni dopo
potresti anche morirne
Senza alcun avvertimento.
Già, come quando piove e fuori è ancora estate.
Delle rose, poi
non ne parliamo affatto!
fanno acqua da tutte le parti
se erano rosse
diventano nere
che a saperlo prima
le avresti lasciate volare dal ponte
per morire di sale
anche loro.
Ed in tutto questo
il gracidare delle rane
forse
dico, forse
è l’unica musica possibile.
Una donna di plastica senza pile
ma se mi guardo allo specchio
si muovono le labbra.
Eppure, non dico una parola.
Mi si storce il naso
accade ogni volta che respiro
e mastico labbra e vuoto
labbra e vuoto - insieme -
Chiudo gli occhi.
Vorrei prendermi a schiaffi.
Ma non comando io!
Le mani, anche loro.
Vanno da sole.
Come burattini
ad una fiera del cazzo!
Alle spalle, una tenda nera
e davanti, tanti ragazzini
che ridono da matti.
Ma almeno loro sanno
di muovere la faccia.
Una sedia
e lui mi sedeva sopra .
Cosa guardasse
non mi è dato di sapere
so che l’odore dei fiori era forte
che stordiva
So che c’èra un letto
e che non era vuoto
che c’erano lenzuola
e non erano fresche di bucato.
So che c'era morto qualcuno
e che piovevano lacrime
sull’alluminio delle mie gambe.
Sono una sedia
e ho visto il granito sfiorire.
28 luglio 2006
Un Romeo e una Giulietta
non pensò di usare le nocche
sui silenzi delle porte chiuse
e vide Romeo e Giulietta
inseguire la coda del vento
in quelle notti che le ore
non hanno dita
e la luna è solo una moneta
lasciata cadere nel pozzo.
E Romeo
col coraggio nelle mani
e Giulietta nell’anima
sferrò pugni d’aria contro il destino
e di colpo si svegliarono
tutti gli angeli del paradiso
con le ali tra le gambe
per paura di cadere
Chi aprì quella porta
vide l’amore in una volta sola
e poi lo vide morire.
27 luglio 2006
Un minimo sindacale
erano le ottoetrenta e lo vedevo tentare acrobazie
sui trapezi delle nuvole
e in un colpo di vento si era fatto vivo
sulla mia faccia
ma era solo una coincidenza.
Timbravo il cartellino
e già l’aria condizionata sparava ventidue_gradi
dai bocchettoni
nel controsoffitto in cartongesso
bucato per l’incasso della luce
quattro_per_venti_watt
come consiglia la circolare
sulla morte permanente.
E non faccio più caso
alle veneziane blu_elettrico
sempre chiuse
per non far camminare le nuvole
sui monitor diciannove pollici
senza il culo, dietro
ché tanto, alle venti
vado via
e finalmente, sudo.
Una tempesta
ci facevo il sole,
le vele sulle onde
ed io ero la regina del mare
con la casa a riva e
una staccionata bianca
per ritrovare la strada
quando la notte alzava il buio
e mille maree per ogni respiro.
Poi, una tempesta
sputò sabbia negli occhi
e mi fece cieca.
Da allora
non ho pareti
non ho cielo
non ho casa
e
le nuvole disegnano silenzi
sulle orme seminate a riva
col gerundio nelle caviglie e il vento
senza consonanti
26 luglio 2006
Una passeggiata
ed era per strada
che un giorno me ne andavo
farneticando coi pensieri
occhi per aria
e non per guardare le nuvole.
Sui balconi, il sapone di Marsiglia
ubriacava i colombi in bilico
sugli stenditoi
e un vaso di gerani, piangeva
petali per un sorso d’acqua.
E fu dentro le case,
oltre le tende in bella mostra
di pizzi e d’organza
che vidi infinite solitudini
attendere l’altro sole
puntando i gomiti sui tavoli
un po’
come vanno i soldati alla guerra.
21 luglio 2006
Un caffé e una sigaretta
e neanche più ascolto
l’omino sul lettino
che blatera della casa grande
e dell’orto che aveva da bambino
che ci giocava a palla
e di suo padre ricorda solo il piede che picchiava la ceramica
quando non beveva ed era a casa
che sua madre lavorava e lavorava e lavorava
e le carezze, la sera, gliele faceva il vento
in quelle sere che è estate e anche la notte arriva tardi
- è l’ultima sigaretta - mi dico
e l’omino è al capitolo infinito della valigia
che sua moglie ha imbarcato
sul primo volo disponibile
e dentro c’era tutta la sua vita
tutta la sua vita
E, anche se a nessuno importa,
- è l’ultimo giorno, questo - mi dico
- della mia -
20 luglio 2006
Una sposa che tremava e non era per il freddo
quella volta
che Aradollo era ad un passo
e un macramé perlato
smagriva il profilo gonfio del ventre
e il vestito blu, accanto
era una notte nera
di quelle notti che hai paura
dei fantasmi
e chiudi gli occhi, così non ti vedono
e chiudi le labbra, così non ti ascoltano
e puoi fuggire, senza spalle da nascondere
Ma dissi – si –
e prese a singhiozzare il vento
18 luglio 2006
Un diluvio nella piazza
lo avevo capito all’alba
per via di quell’odore strano
che veniva da fuori
- come di bruciato -
E dalla finestra vidi
una piazza
una nuvola di fumo
una corda da polsi dietro a un palo e
giovanna d’arco
nella cenere fresca
E venne a piovere
come quella volta che un diluvio
lavò le mani di dio
e noè dovette imbarcare
tutte le bestie sull’arca
Da allora non faccio altro che
indossare grembiuli col fiocco
celeste – per l’esattezza –
(ché ho virilità da difendere, io!)
e partire per il fronte
a stagioni alterne
E tutto questo
per una dannata
stupida
insignificante, mela
- glielo avevo detto, io
di non toccarla –
16 luglio 2006
Un pazzo da legare
non mi è mai importato nulla
piuttosto, era l’odore sterile
dei camici bianchi
che mi ubriacava
e senza accorgermene
mi ritrovavo le labbra accostate tutte su un lato
u n o s o l o
e non riuscivo a parlare
neanche a deglutire - se proprio devo dirla tutta –
tanto che rigavo trasparenze sul mento
e non c’era più aria
perché mi ritrovavo a nuotare con le mani
come quando giocavo a fare onde sul mare
ed ero io il vento
ma nessuno mi credeva
15 luglio 2006
Arginando maree di pensieri sollevati in fuga
queste onde dimesse dal vento
battezzano il contorno incerto
di questi occhi
sempre troppo scuri per vedere
attraverso la notte e
figli senza nome di dio
in fuga
nell’azzurro più rotto
che di maree annega i respiri
seminando sale a braccio
dove il sole asciuga
anche l’ultima apnea.
E non basta
lasciare ormeggiare fianchi.
Un rientro
quella con i tacchi a punta
e l’indice sulle lancette del polso.
Lascio due spiccioli sul banco
abbasso la testa
e ritornando a casa
già so
che mille solitudini
busseranno alla porta
e non ci sarà modo
di lasciarle fuori.
12 luglio 2006
Una madre coi narcisi
che la vide arrivare
vestendo veli d’insonnia sulle palpebre.
Ricordo solo
che stringeva narcisi
nella mano sinistra
e in un incrocio di iridi mi disse
che non aveva bagagli – solo mani –
che pioveva a dirotto quella notte
che nessuno chiudeva le imposte
che bussarono alla porta
che avevano il cappello con la fiamma accesa
e lo sentiva già dentro il fuoco delle parole
e le parole sanno essere con una carovana che passa
ed alza polvere per restare ciechi
e il mondo è molto più piccolo di quanto si pensi
perché le dissero del figlio
e di due auto - sulla stessa strada - sulla stessa linea
(ma contro).
E prese dal collo la faccia di dio
senza una lacrima da imbarcare per quel limbo
la lasciò cadere dalle mani
e non fu per distrazione.
10 luglio 2006
Una sarta alla fine della fiera
chiavi che girano
e quattro aghi – quattro soldati in prima linea
sugli usci.
La sarta delle calze
è alla fine della fiera
appena sotto un’abatjour
che fa i miracoli
e una scatola di latta
per il cotone
e i suoi arcobaleni
da imbastire
sulla carta da parati
che piange di fiordalisi
in fiore
quattro stagioni su quattro
e vestire violoncelli
in quelle notti che la
luna cade e
diventa rossa
sui polpastrelli senza il ditale.
Aradollo è dietro la finestra
(shhhhh ....)
l’ha aperta il vento.
Una finestra
puntano gomiti segnatempo
sui fintimarmi neanche semifreddi
di queste cornici d'anticorodal
magari - effetto legno senza storia -
e un filtro che lascia fuori le zanzare
o le sanguisughe – come dir si voglia –
Esattamente come lascia dentro
l’aria viziata
che vuole il dolce a fine cena
con i canditi e l’uva passa
senza conservanti – per non morire prima
del prossimo rintocco – anche se
a quest’ora le campane
sono in pausa noia.
E dire che sia dolore, l’odore dei passi fuori
dire che sia dolore tutto questo
sarebbe quasi
(quasi)
come ammettere di essere.
Ed invece, qui
così
non è.
06 luglio 2006
Nel nido degli aquiloni alla fine del vento
era giorno
(o forse notte, visto che la luce faceva quattro copie di me
per terra )
ed era caldo
(o forse era inverno perché stringevo qualcosa tra me e me e non
aveva peso )
e qualcuno
(si uno qualsiasi nella folla in quella piazza
al centro del nulla)
mi diceva che costruiva cattedrali
su cattedrali e che sono alte le gru
tanto che il cielo
lo vedi sbirciare dalle tende
ammesso che non piova
ammesso che non guardi sotto
e il mondo non ha che
cinque dita per mano – nel migliore dei casi –
e che le nuvole, sopra
le aveva dipinte lui
a Notre Dame un giorno
che Esmeralda gli disse – ti amo –
e poi
si fece buio – all’improvviso –
(o forse un temporale che, non so come, non so quando,
spense le luci )
e lo vidi andare via
nella folla in quella piazza da dove veniva
nel nido degli aquiloni
alla fine del vento.
05 luglio 2006
Nuvole in controtendenza di un cielo in piena
i lidi a tinta unita
di quest’estate che il
sole è alto e
tenta tuffi dai trampolini
in pietra
In cambio rivoglio
l’indicativo imperfetto
a quel passaggio a livello
quando aprile sudava nelle camicie
appena sbracciate
e nuvole in controtendenza
di un cielo in piena
E cercavamo labbra
nelle labbra
come adesso arranco dita
a perdere
nell’aria.
Edizione straordinaria, Edizione straordinaria
sperando di cogliere ancora
il meglio di
questo ultravioletto focoso
prima che sopraggiunga
il primo effetto serra disponibile
per il rotto di una cuffia
in piscina e il cloro negli occhi
o il dirottamento
dell'anticiclone delle azzorre
per la prima tangente pronta
e buonanotte al secchio.
Edizione straordinaria - Edizione straordinaria:
- il volo dell'anticiclone in arrivo dalle Azzorre
è stato spostato a data da destinarsi -
Ma poi, poi
mi chiedo
semmai le vedrò queste azzorre!
03 luglio 2006
Non era una prima in teatro
Penso
ad una sera
spenta male sul posacenere
e alla tosse di un rubinetto rotto
che mi dice
dell’odore delle pozzanghere, fuori
visto che il vento ha alzato la terra e
questo tramonto ha fottuto
l’ultimo lembo di sole rimasto
e si è fatto acqua.
L’ho vista dai vetri
e non era una prima in teatro
o una seconda in qualsiasi altro cazzo di posto.
La luce era bassa
e la pioggia era solo sui vetri.
02 luglio 2006
Nell'attesa che un vento e non importa quale
- Dietro le giostre che girano
non ci sono lune da dimenticare –
diceva qualcuno
e di certo un altro cigno
se ne andava a morire
in chissà quale teatro
e non è importante che fosse la scala
o una rampa in sola salita
fino all’ultimo piano del mondo
no, non è importante
se si contano solo
i salti da staccionata
su un braccio solo
mentre una rondine dispera
primavere
tergiversando
su come sia
incrinato il cielo di oggi
e di questi alberi
che se ne stanno dritti-dritti
sul palcoscenico dei filari
a destra e manca
della mia schiena rotta
tacendomi
delle ore appisolate
sotto mille anni di corteccia
:::nell’attesa che un vento
e non importa quale:::
sradichi la noia
da questi occhi
che versano e
versano e
(…)
versano
01 luglio 2006
Una marionetta
sulle punte
come i cappelli di paglia
ai papaveri
e riconosco che sia uno spreco
questo tirare di fili
tentando piroette
da mille e una
caviglia per terra
i burattini in platea
applaudono
per non finire le lacrime
e le lancette
sui polsi di legno
sono finestre chiuse
sull’ultima luna al cazzeggio.
29 giugno 2006
Una vergine
col lanternino acceso
e cercare un riparo
per questo incestuoso
accatastarsi di nuvole
contro un cielo
che nasconde sassi
nella tasca sinistra
e arranca bandiere di vento
al nulla.
E intanto una vergine
senza l’ombrello
va disegnando anelli
con gli indici
sulle facciate delle
cattedrali smunte
ha un mezzo velo in testa
come quello delle vedove
sulle soglie delle case
e la folla – ad un passo da lei –
improvvisa silenzi di dita pensili
sopra la testa
spiovendo pietre in caduta libera.
26 giugno 2006
Una sera come tante
non pioveva e non faceva freddo
e non c’era neanche una cazzo di nuvola
in mezzo a tutto il nero_nero
del buio in fuga sui lampioni.
Una luna mezza_costa
faceva la ronda
sulle balaustre di ferro
sintonizzando parabole
per la prima del figliol prodigo
ché tanto non ritorna
e una famiglia l'attende
all’ombra del 32 pollici nuovo di zecca
e il vino rosso nel cartone.
nessuno strappo alla regola
oggi_ieri_mai_domani.
Era soltanto una sera
come troppe.
24 giugno 2006
Una bugia risponde
come l’onda che affogava le caviglie
e mi parlava di come sono belle
le notti di maggio
sotto il segno del toro
ma c’era già schiuma d’aria
a lambire l’anima.
E per non farti sentire solo
nel tuo mare di sale e veleno
mentivo un sorriso
anche io.
23 giugno 2006
Un acido
ad avere il fegato
sarebbero da disertare
questi fili spinati in prima linea
ingoiando bocconi di buio
dai fondi di bottiglia
di un pinot andato a farsi fottere
su una statale
una sera che era sabato e l'acido
non era la pioggia che bucava l'effetto serra
ma la nostra fame
lasciata a coltivare i campi
fuori stagione
E non fateci caso
se entro e non chiedo
nemmeno se sia permesso
spaccare i timpani
ad ogni capoverso
C’è che sono d'asflato
e muoio
tutto il giorno
21 giugno 2006
Un charleston
erano steppe innevate dal caldo
e si scioglievano nodi
col pettine a tre denti
come le grazie
una per ogni bestemmia
spergiurata
all’incrocio di semafori
che piangono di elemosina
sui parabrezza sudati.
Non c’è da passare inosservati
qui, o da mimetizzarsi –
- lo dico sottovoce
perché non chiudiate gli occhi per l’orrore -
nei languidi arpeggi di morgana
alle quattordici
sulla corsia tremetriesettantacinque
per i sorpassi lampeggianti d'ambra
al confine col new-jersey.
e non è il tempo ad essere sbagliato
ma soltanto
la coniugazione di questo charleston
autorizzato
irrimediabilmente astemio.
20 giugno 2006
Un salto
sul fare tardo della sera
tra una candela che si spegne
e il freddo che entra ruvido
da fuori
dove
tento salti da tulle bianco e
scarpette a nastro
sulle tele di Degas
e respiro
divenire.
19 giugno 2006
Un bar di Van Gogh
da questo tango
suonato di traverso nei flauti
una sera che non ero sobria
e il salotto era di pietra sui gradini
di un bar di Van Gogh
senza carambole.
Si beveva il luppolo
dai rubinetti d’ottone
e una luna a tre quarti
barcollava sulle lancette
della piazza circostante.
E mai
dico mai
avrei voluto
che smettesse di balbettare, babele
dalla torre.
15 giugno 2006
Un intermezzo
da suonare e morire
annusando l’odore dei passi
quando disegnano orme
e dietro, subito dietro
l’onda semina sale
sulla riva sbucciata
e sotto, sotto resta
un fondale scalzo
e coralli arrugginiti
e sembra quasi
che non sia mai stato giorno
alle spalle di
tutto questo sole.
13 giugno 2006
Una controra
oltre questo strano stingere
del cielo dietro un temporale
che tuona nella controra
e
il vento è una tenda che
invade la stanza, altrimenti
chiusa a prendere freddo
nella polvere
e
impotenza di mezzi vuoti
in un bicchiere
per ubriacare l’affanno
giocando a chi sputa
(poco più lontano di qua
c’è tutto il resto del mondo)
più lontano
di qua.
Binari fine corsa di anime - di Delirio e Francesca Pellegrino
delle ginocchia al petto non
una preghiera da rivolgere
lassù ma passi
milioni di passi taciuti
ricamandoci asfalto
intorno interpretando
fughe
il sonno era un valzer
ballato fino a che arriva
la mezzanotte
delle tue scale da saltare a due
a due, sciogliendo le trecce
al bacio lasciato
sulle guance acerbe
un'alba in caduta
libera dentro
il bicchiere che osservavo
portarti alle labbra, sperando le mie
labbra perdersi nella formalità dialettica
di un addio
Così te ne andavi
con l’inverno sopra l’ombrello
ed una mano in tasca mentre
pioveva musica dai pianoforti con la coda
tra le gambe e il silenzio
testardo da improvvisare
poi, fazzoletti
stupidi fazzoletti da stazione
nel candido giustificare
una partenza poco
più di un ritorno non avendo
una ragione per la quale
dissuaderti
logica coerenza di
un binario
ma era ancora
notte di stelle mancate intrappolate
nel buio e negli sguardi nostri
sguardi sbattuti dalla
pioggia e dal freddo sulle
margherite di nuvole
consunte dal vento
10 giugno 2006
Una polaroid
Monet, ci avrebbe messo
un ombrellino
io, invece
andavo riesumando nuvole
dai cassetti alla lavanda
e accalcavo parole
sulle tele incrinate
dal caldo
Accecavano i narcisi
corteggiati nel grigiore
di certi pomeriggi
vorticando
girotondi di nicotina
soffiati
dalle labbra ad imbuto.
E invece
di impressionare la tempera
in cornici di ottone
partorivo polaroid
col destino di
punes e polistirolo
alla polvere.
07 giugno 2006
Un ragionamento
dagli sconosciuti - mi ripeteva
mia madre, ogni giorno
ma la credenza pativa biscotti
dietro il boccaccio di olive nere.
Avrei voluto
dello zucchero da sniffare
a sei anni
per accelerare le corse perse
intorno ad un fazzoletto
che da i numeri
e va tirando magliette
in fuga
per una medaglia
E adesso
l’orologio batte
marciapiedi che sputano
fuoco e immondizia
e non è facile
inseguire alla cieca
i lampioni per strada
dipanando il passo
nei sensi unici.
Si finisce col perdere la rotta
di affetti sprecati
in rotta per un – hai ragione tu!
ho perso la ragione, io –
:::Ragiona:::
non ci sono più dita
per contare, ormai
e le caramelle
certo,
non le regalano neanche più.
05 giugno 2006
Un tuffo
che non sono pailettes
i coralli sul fondo!
A dirla tutta
si poteva pensare di
violentare trampolini
coi plantari
prima del grande salto
e immaginare
reti di liane, sotto
piuttosto che onde a
nodo di cravatta
sulle caviglie usurate.
Si, lo so già
che non saranno le ali
all’henné
che involerebbero il sale!
E
stenterò un corpo libero
senza battere i piedi.
04 giugno 2006
Una noce
a fine corsa
su un’auto col tettuccio
retrattile
sulle unghie schiodate dai palmi
per grattare la fortuna
dalla schiena
e rastrellare il cielo di palme
bevendo la sete da una noce
e pensare che non è neanche luglio
questo pugno di afa
Un processo
questo processo
sullo sbarellare delle lettighe
a centottanta
in corsie tratteggiate
dove il sorpasso
è permesso (?)
e se posso entrare
vorrei consumare sillabe
davanti a due candele rosse che bruciano
ossigeno
e noi sotto un vetro di – ma,
forse è davvero cosa da poco
o da niente
riempire sempre lo stesso cassetto
e lasciare fermentare le voglie
per bere fino agli albori di
domani –
e domani
domani magari è domenica
di silenzi che bussano
alle porte di un sonno
e trovano chiuse
le serrande di un atélier
coi prezzi alle
stelle senza il paracadute
a due passi dalla casa di dio.
Un parto
se fosse per le code delle comete
o per il presagio di mirra
nel presepe di cartapesta
né so
se avessero dirottato i voli di cicogna
perché cadeva la neve sulle eliche
e le ruote slittavano sul ghiaccio
e non so
se dio bruciasse sigarette d’attesa
sull’uscio di uno strillo nuovo
ma so
che era mattina
e non era dicembre.
Un oscuramento
succede
che il sole ti sbiadisca in faccia
proprio al mezzodì
su un bagnasciuga
e schizzi salati da campioni stagionali
di pallavolo anche se non vola la palla
in ferie forzate come una cassaforte
da gioielleria e le diligenze che frenavano cavalli.
è così che mi si fa ombra sul volto
neanche a dire di
tramonti violati prima dell’ora esatta.
01 giugno 2006
Una casa
per bere tequila liscia
sugli inverni
di quando si ubriacavano
le unghie di saliva
e si masticavano ortiche
sul terrazzo di casa
I panni stesi
sopra, sciorinavano
insieme ai petali di circostanza
rosso-rabbia-dentro-gli-occhi
dei gerani
semi-appassiti
nei vasi senza il manico
e acqua versata sui davanzali
perché l’annaffiatoio perdeva
fuoricasa
davanti al tiro degli ortaggi freschi
e vinceva chi
sputava più lontano
per non inciampare nelle pozzanghere
di bestemmie vestite bene
in nero – la sera –
per un gala di fine stagione
o in bianco
per un giorno da sposa
e ricordarsi di rammendare l’iméne
per l’ occasione.
Non c’erano saldi per nessuno
neanche per gli armadi
coi crampi allo stomaco
che ruminavano di tarli la notte
e il divieto di dormire
sui letti improvvisati
improvvisando sorrisi
per riempire di buio
il soffitto
troppo lontano dalla mano tesa.
Non era concesso
sbucciarsi le ginocchia
o perdere il testimone di
questa gara e chi
fa il cattivo
lo mangia l’uomo nero.
In compenso
si poteva giocare a freccette
coi cristi all’orto
o in fila alla posta
per pagare le
bollette scadute
e le crepe
sui filari di lampadine
quaranta watt
fulminate dagli urli
e tubi che chiacchieravano
al telefono occupato
tu-tu-tu-tu
e c'eri tu
armato di stucco
e ore al quarzo
sul polso
puntualmente
sinistro.
Certo, era meglio tacere
ma il silenzio è roba
per ricchi
e qui
non si fanno sconti per nessuno.
Una febbre
al cloruro di sodio
e mercurio liquido
di febbre
nei singhiozzi
in time-out di ossigeno
E non posso dire
che non mi fosse culla
l’ellisse delle labbra
ma andavo sciorinando
sete
in nudo d’anima
ai quattro angoli
del letto.
Una spiaggia
il jazz sudava sabbia
sui tappetini d’alcantara
sotto un sole
che cadeva a piombo
sulle lenti scure.
Era mezzogiorno
e non c’era fuoco
nella brace
ma fumo di sigarette
tirate fino all’ultimo sorso
nella gola asciutta.
Avrei dato via
uno dei miei respiri scalzi
in cambio di una strada
da dirottare
per la prima spiaggia a destra
e che sia l’ultima, visto
che l’ennesima ha braccato anime
in prima linea senza elmetto
in un campo di concentramento
e se pioveva non era di certo
acqua sulla sete
– e allora che vuoi che sia
quest’aria che trema d’afa –
dicevano alla radio
mentre io ingranavo marce
e tu frenavi la paura
con il palmo sul cruscotto.
Una sera
l’abatjour schizzava
ombre senza dita
una sera che ero sobria
e il cielo faceva acqua
da tutte le parti.
Andavo imprecando
del vento e dei suoi eredi
nelle stanze
senza cornici di cartapesta
e l’aria viziata non giocava
alla playstation
troppo presa ad ingolfire
la lana dello scialle.
– deve esserci ancora vodka postuma
nelle arterie intasate di nicotina – pensavo
e no
non è che fosse inverno
ma il gelo voleva sempre
l’ultima parola
ed io restavo senza lingua
sulla ghigliottina
della rivoluzione.


